19/08/2026

Il pane della memoria

Il pane della memoria
Chiunque abbia passato una sera davanti a un libro aperto alla pagina sbagliata, con la verifica fissata per la mattina dopo e la sensazione che il tempo fosse finito prima ancora di cominciare, capisce Nobita meglio di quanto vorrebbe ammettere. Nell'episodio di Doraemon intitolato Il pane della memoria il bambino si trova esattamente in quella situazione: ha rimandato lo studio fino all'ultimo e chiede aiuto al gatto robot venuto dal futuro, che dalla sua tasca tira fuori una soluzione perfetta, un pane che, appoggiato sulle pagine del libro e poi mangiato, trasferisce in memoria tutto quello che c'era scritto. 
 
Il finale, che i bambini conoscono bene, è da manuale: Nobita, dopo essersi rimpinzato di dolci, viene costretto da Doraemon a mangiare ancora molto pane per memorizzare tutto il resto, finisce per stare male e, una volta liberatosi del pane digerito, si ritrova senza più nulla in testa. La gag fa ridere, e intanto pone una domanda che riguarda la scuola molto da vicino: che cosa può restare di un sapere che non è mai passato attraverso chi doveva impararlo? E che cosa gli è stato tolto, nel momento stesso in cui veniva aiutato?
 
Tre fasi, ma è la prima ad essere saltata
 
C'è un modello che aiuta a guardare l'episodio con occhi diversi. Lo psicologo dell'educazione Barry Zimmerman, che ha dedicato buona parte della sua carriera alla City University of New York allo studio dell'autoregolazione - la capacità di chi impara di governare il proprio apprendimento scegliendo obiettivi, strategie e tempi -, descrive il processo come un ciclo in tre fasi: 
  • una fase di pianificazione, in cui ci si chiede che cosa c'è da fare, quanto tempo servirà e da dove cominciare;
  • una fase di esecuzione, in cui si lavora tenendo d'occhio la propria attenzione e il proprio procedere;
  • una fase di riflessione, in cui si guarda indietro, si valuta che cosa ha funzionato e si corregge il tiro per la volta successiva. 
 
Riletto con questo modello, l’episodio cambia aspetto: il problema di Nobita sta quasi tutto nella prima fase, quella che il pane non tocca, perché il bambino non ha pianificato, non ha stimato il tempo, non si è chiesto che cosa sapeva già e che cosa gli mancava. Il gadget risolve il compito e lascia intatto il problema, anzi lo nasconde, e il finale lo mostra in modo quasi letterale: ciò che è stato inghiottito senza essere elaborato se ne va con la stessa facilità con cui era arrivato, e Nobita torna al punto di partenza, costretto a ricominciare a mangiare pane dalla prima pagina.
 
Si potrebbe obiettare che si tratta di un cartone animato, e che a nessun adulto verrebbe in mente di regalare a un bambino un pane magico. Ragionevole, no? A guardare bene, però, la scuola e le case sono piene di piccoli pani della memoria: il riassunto già pronto, la mappa concettuale costruita dall'adulto e consegnata finita, il genitore che la sera prima dell'interrogazione ripete la lezione al posto del figlio per fare prima (chi non l'ha mai fatto, almeno una volta, alzi la mano), e oggi un assistente basato sull'intelligenza artificiale che, interpellato con una frase, restituisce in pochi secondi la sintesi del capitolo. 
 
Impalcature e sostituti Nel 1976 lo psicologo David Wood, insieme a Jerome Bruner e Gail Ross, osservando bambini molto piccoli alle prese con la costruzione di una piramide di blocchi, introdusse il termine scaffolding, che possiamo tradurre con impalcatura, per descrivere il modo in cui un adulto sostiene un bambino davanti a un compito ancora troppo difficile per lui: l’adulto si occupa delle parti che il bambino non riesce a gestire, mantiene l’attenzione sull’obiettivo, segnala gli scarti decisivi fra ciò che è stato fatto e ciò che serviva, e poi, come ha sottolineato la letteratura successiva, si ritira gradualmente, perché un’impalcatura che non viene mai smontata smette di sostenere l’edificio e ne diventa la struttura portante. Doraemon, in questa chiave, fa il contrario: interviene esattamente dove Nobita dovrebbe esercitarsi e non si ritira mai, tanto che l’intera serie si regge su una dipendenza che si rinnova a ogni episodio. La psicologa dell’educazione Allyson Hadwin, con i colleghi Sanna Järvelä e Mariel Miller, chiama co-regolazione la situazione opposta, quella in cui un adulto o un compagno sostengono temporaneamente un processo che il bambino imparerà a governare da solo; a distinguere le due situazioni è quale parte del lavoro l’aiuto si prende in carico, e per quanto tempo la trattiene.
 
La psicologa dell'educazione Allyson Hadwin, con i colleghi Sanna Järvelä e Mariel Miller, chiama co-regolazione la situazione opposta, quella in cui un adulto, un compagno o uno strumento sostengono temporaneamente un processo che il bambino imparerà a governare da solo; a distinguere le due situazioni è quale parte del lavoro l'aiuto si prende in carico, e per quanto tempo la trattiene. 
 
Davanti agli strumenti di intelligenza artificiale il dibattito scolastico si è polarizzato, fra chi vorrebbe tenerli lontani dai compiti e chi li considera l'equivalente contemporaneo della calcolatrice; confesso che la mia inclinazione personale va verso la prudenza, e tuttavia credo che la domanda utile si collochi su un altro piano, quello delle tre fasi di Zimmerman. 
 
Lo stesso assistente che scrive il riassunto al posto del bambino può aiutarlo a costruire un piano per la settimana, a formulare domande su ciò che ha letto, a verificare a posteriori che cosa ha capito: nel primo caso fa il pane della memoria, negli altri lavora come impalcatura e lascia al bambino le fasi in cui l'autoregolazione si costruisce. 
 
Restituire la prima fase 
Per chi insegna nella scuola primaria il gesto più concreto consiste nel portare in classe proprio la fase che Nobita salta. Provate, prima della prossima verifica, a dedicare dieci minuti a chiedere ai bambini quanto tempo pensano che servirà per prepararsi, che cosa sanno già e da quale argomento cominceranno, annotando le loro previsioni su un foglio che resta in classe; a verifica corretta, si torna su quel foglio insieme, si confrontano le previsioni con quello che è successo davvero e si decide che cosa cambiare la volta successiva. È un esercizio che non richiede strumenti né tecnologie, e che affida ai bambini la parte del lavoro su cui il pane di Doraemon non interviene. 
 
 
Bibliografia 
  • Hadwin, A. F., Järvelä, S., & Miller, M. (2011). Self-regulated, co-regulated, and socially shared regulation of learning. In B. J. Zimmerman & D. H. Schunk (Eds.), Handbook of self-regulation of learning and performance (pp. 65–84). Routledge. 
  • Wood, D., Bruner, J. S., & Ross, G. (1976). The role of tutoring in problem solving. Journal of Child Psychology and Psychiatry, 17(2), 89–100. https://doi.org/10.1111/j.1469-7610.1976.tb00381.x. PMID: 932126. 
  • Zimmerman, B. J. (2000). Attaining self-regulation: A social cognitive perspective. In M. Boekaerts, P. R. Pintrich & M. Zeidner (Eds.), Handbook of self-regulation (pp. 13–39). Academic Press. 
  • Zimmerman, B. J. (2002). Becoming a self-regulated learner: An overview. Theory Into Practice, 41(2), 64–70. https://doi.org/10.1207/s15430421tip4102_2