20/08/2026
Osservare prima di etichettare

Il bambino del terzo banco si alza per la quarta volta in venti minuti: prima per temperare una matita che non ne aveva bisogno, poi per buttare un foglio nel cestino, poi per chiedere di andare in bagno, infine senza una ragione apparente, mentre il resto della classe è chino sul dettato e l'insegnante sente crescere, insieme alla stanchezza, una domanda che conosciamo tutti: che cos'ha?
È una domanda legittima e perfino generosa, perché nasce dal desiderio di capire e di aiutare; eppure contiene già, nella sua forma, una direzione precisa, che porta a cercare dentro il bambino una causa a cui dare un nome e lascia sullo sfondo tutto il resto: il dettato, l'ora della giornata, il compagno di banco, quello che è successo dieci minuti prima.
Etichette sì, etichette no
Sul tema delle etichette il dibattito tende a dividersi in due campi: da una parte chi le considera una gabbia che chiude il bambino dentro una definizione, dall'altra chi ricorda, con ottime ragioni, che senza una certificazione o una diagnosi non si accede alle tutele previste dalla legge 104 del 1992 o dalla legge 170 del 2010 sui disturbi specifici dell'apprendimento.
Ma la discussione resta sterile finché viene posta in questi termini, perché la diagnosi è un atto clinico che spetta ad altri professionisti, mentre all'insegnante spetta una competenza diversa, che viene prima della diagnosi e continua dopo: l'osservazione.
Osservare, si dirà, è quello che un insegnante fa tutto il giorno. Ovvio, no? In realtà lo sguardo che passa sulla classe mentre si spiega, si corregge e si tiene d'occhio l'orologio è uno sguardo selettivo, che registra soprattutto ciò che disturba e tende a confermare l'idea che ci siamo già fatti; e un'etichetta, anche solo ipotizzata in sala insegnanti, orienta quello sguardo in modo potente.
Il lungo dibattito su Pigmalione
Nel 1968 lo psicologo Robert Rosenthal e Lenore Jacobson, che dirigeva una scuola elementare in California, pubblicarono Pygmalion in the Classroom: avevano comunicato agli insegnanti che alcuni alunni, scelti in realtà a caso, erano destinati a una rapida fioritura intellettuale, e a fine anno quei bambini mostravano progressi superiori a quelli dei compagni.
Lo studio ebbe un successo enorme e, fin da subito, qualche borbottio metodologico. Nel 2005 gli psicologi Lee Jussim e Kent Harber, rileggendo decenni di ricerche successive, hanno ridimensionato il quadro: l'effetto delle aspettative degli insegnanti esiste, ma è in genere piccolo, e le aspettative risultano più spesso accurate che autoavveranti; resta però un'eccezione importante, perché l'effetto appare più forte proprio con i bambini appartenenti a gruppi stigmatizzati o con un rendimento già basso.
Per chi lavora in classe la conseguenza è doppia: un'etichetta non decide da sola il destino di un bambino, e tuttavia orienta lo sguardo degli adulti, e pesa di più su chi è già in difficoltà.
Il contesto fa parte del comportamento
Il modello che la scuola italiana ha adottato per il Piano educativo individualizzato, con il decreto interministeriale 182 del 2020, va nella stessa direzione: si basa sull'ICF, la Classificazione internazionale del funzionamento, della disabilità e della salute pubblicata dall'Organizzazione mondiale della sanità nel 2001, che descrive il funzionamento di una persona come il risultato dell'interazione fra le sue condizioni di salute e i fattori del contesto, e chiede quindi di guardare alle barriere e ai facilitatori presenti nell'ambiente. Un comportamento osservato in classe dice qualcosa sul bambino e qualcosa sulla classe, e solo un'osservazione paziente permette di separare le due parti.
Tornando al bambino del terzo banco, annotare per qualche giorno quando si alza, durante quale attività, che cosa è successo subito prima e che cosa succede subito dopo può mostrare che le uscite si concentrano nei dettati e quasi mai durante il lavoro in piccolo gruppo, oppure che seguono sempre una consegna data solo a voce, oppure che si diradano quando siede vicino alla finestra; nessuna di queste scoperte sostituisce una valutazione clinica, quando serve, ma ciascuna dà all'insegnante qualcosa su cui intervenire il giorno dopo.
Una settimana di osservazione
È la logica della cosiddetta registrazione ABC, dall'inglese antecedent, behavior, consequence, cioè antecedente, comportamento, conseguenza: una griglia a tre colonne che non richiede formazione clinica, si compila in pochi secondi e si può tenere sulla cattedra. Provate a usarla per cinque giorni prima di formulare qualsiasi ipotesi, anche solo fra colleghi: a fine settimana, accanto alla domanda che cos'ha?, sul foglio ci sarà materiale per una domanda più utile a progettare il lunedì successivo, cioè in quali momenti e a quali condizioni quel bambino riesce a restare seduto e al lavoro.
Bibliografia
- Decreto interministeriale 29 dicembre 2020, n. 182. Adozione del modello nazionale di piano educativo individualizzato.
- Jussim, L., & Harber, K. D. (2005). Teacher expectations and self-fulfilling prophecies: Knowns and unknowns, resolved and unresolved controversies. Personality and Social Psychology Review, 9(2), 131–155. https://doi.org/10.1207/s15327957pspr0902_3
- Legge 5 febbraio 1992, n. 104. Legge-quadro per l'assistenza, l'integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate.
- Legge 8 ottobre 2010, n. 170. Nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico. • Organizzazione mondiale della sanità (2002). ICF. Classificazione internazionale del funzionamento, della disabilità e della salute. Erickson (ed. orig. World Health Organization, 2001).
- Rosenthal, R., & Jacobson, L. (1968). Pygmalion in the classroom: Teacher expectation and pupils' intellectual development. Holt, Rinehart & Winston.