15/10/2026
Tanto io non sono capace: autoefficacia e autostima

Tanto io non sono capace. La frase arriva di solito a mezza voce, con la scheda dei problemi ancora intatta sul banco e la matita posata di traverso, e la risposta che viene più spontanea - quella che abbiamo dato tutti, almeno una volta - è un incoraggiamento affettuoso: ma no, sei bravissimo, dai che ce la fai.
È una risposta che nasce dalle migliori intenzioni e che quasi sempre scivola via, perché il bambino ha appena dichiarato una convinzione su se stesso costruita su esperienze precise, e una frase gentile pronunciata in un minuto pesa poco contro settimane di schede rimaste a metà; per capire perché pesi così poco conviene fare un passo indietro, fino alla California degli anni Ottanta.
La stagione dell'autostima
Nel 1986 il deputato statale John Vasconcellos ottenne l'istituzione di una task force per promuovere l'autostima, convinto che una migliore considerazione di sé avrebbe ridotto insuccesso scolastico, dipendenze, criminalità e gravidanze adolescenziali; l'idea, semplice e attraente, si diffuse ben oltre i confini dello Stato e arrivò nelle scuole sotto forma di lodi generose, adesivi e attività per imparare a volersi bene, molte delle quali avevano peraltro buone ragioni di esistere.
I conti, a dirla tutta, non tornarono. Nel 2003 lo psicologo sociale Roy Baumeister, insieme a Jennifer Campbell, Joachim Krueger e Kathleen Vohs, pubblicò un'ampia revisione delle ricerche disponibili su Psychological Science in the Public Interest, la rivista che l'associazione statunitense degli psicologi di orientamento scientifico dedica alle questioni di interesse pubblico, con un risultato che fece discutere: l'autostima elevata risultava legata al rendimento scolastico in modo debole, e gli studi più solidi suggerivano che fosse soprattutto il buon rendimento a far crescere l'autostima, più che l'inverso.
Una convinzione locale
C'è un autore che, molto prima di quella revisione, aveva spostato la domanda su un altro piano. Lo psicologo canadese Albert Bandura, che ha insegnato per decenni a Stanford, propose nel 1977 il concetto di autoefficacia, cioè la convinzione di essere in grado di organizzare e portare a termine le azioni necessarie per riuscire in un compito determinato: mentre l'autostima riguarda il valore che attribuiamo a noi stessi in generale, l'autoefficacia è locale e concreta, tanto che un bambino può sentirsi del tutto capace di leggere ad alta voce e del tutto incapace di risolvere un problema con le frazioni.
Bandura individua quattro fonti da cui questa convinzione si alimenta: le esperienze di padronanza, cioè i successi ottenuti in prima persona; le esperienze vicarie, cioè vedere riuscire qualcuno che percepiamo simile a noi; la persuasione verbale, cioè gli incoraggiamenti e i giudizi degli altri; gli stati fisiologici ed emotivi, cioè il modo in cui leggiamo l'agitazione o il cuore che batte prima di una prova. Le quattro fonti hanno pesi molto diversi: secondo Bandura le esperienze di padronanza sono le più potenti, mentre la persuasione verbale, da sola, produce effetti deboli e viene smentita dal primo insuccesso. Il sei bravissimo appartiene alla fonte più debole, e il bambino della scheda ha accumulato nel tempo prove della fonte più forte, purtroppo nel senso opposto.
Le parole contano, a certe condizioni
Se ne potrebbe dedurre che basti smettere di lodare. Semplice, no? Per niente, perché la persuasione verbale funziona quando è credibile, cioè quando è specifica e si appoggia su qualcosa che il bambino può verificare da sé: hai trovato i dati giusti nel testo, adesso ti manca solo l'operazione è una frase che descrive un'esperienza di padronanza appena avvenuta, e per questo ha un peso che il complimento generico non avrà mai.
Il punto più delicato riguarda però noi adulti, che a volte costruiamo senza accorgercene proprio le esperienze di fallimento che poi cerchiamo di compensare con le parole: proponiamo compiti calibrati sulla media della classe, che per alcuni bambini restano fuori portata giorno dopo giorno, oppure, per proteggerli, li semplifichiamo al punto che la riuscita non costa alcuna fatica e quindi non dimostra nulla. In entrambi i casi la via di accesso all'autoefficacia più importante resta chiusa.
Progettare il primo successo
Davanti al bambino che dice tanto io non sono capace, la risposta più efficace passa quindi soprattutto dalla progettazione: spezzare la scheda in modo che il primo problema sia alla sua portata, abbastanza difficile da costare un po' di fatica e abbastanza vicino da poter essere risolto, e poi rendere visibile la riuscita, descrivendo con precisione che cosa ha fatto bene. Provate anche a conservare per qualche settimana i suoi lavori, per metterli poi uno accanto all'altro e lasciare che sia lui a constatare la distanza fra la prima scheda e l'ultima: è un'esperienza di padronanza che nessun incoraggiamento può sostituire, e che il bambino potrà ricordare la prossima volta che sarà tentato di posare la matita di traverso.
Bibliografia
- Bandura, A. (1977). Self-efficacy: Toward a unifying theory of behavioral change. Psychological Review, 84(2), 191–215. https://doi.org/10.1037/0033-295X.84.2.191 • Bandura, A. (2000). Autoefficacia: teoria e applicazioni. Erickson (ed. orig. Self-efficacy: The exercise of control, W. H. Freeman, 1997).
- Baumeister, R. F., Campbell, J. D., Krueger, J. I., & Vohs, K. D. (2003). Does high self-esteem cause better performance, interpersonal success, happiness, or healthier lifestyles? Psychological Science in the Public Interest, 4(1), 1–44. https://doi.org/10.1111/1529-1006.01431
- California Task Force to Promote Self-Esteem and Personal and Social Responsibility (1990). Toward a state of esteem. California State Department of Education.